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Idee e Opportunità

Monopattini Elettrici

E se da casa ci spostiamo con un monopattino elettrico? Eccone 5 best buy.

Lavorando da casa, molte dinamiche possono e devono cambiare. Uno dei benefici principali dello Smart Working è che non sei più costretto a prendere auto o scooter/moto con motori termici, addio consumo di benzina inutile e aumento dello smog, specialmente nelle grandi città. Questo significa che possiamo cominciare a pensare a mezzi diversi per muoverci: ecco allora i monopattini elettrici!

Sono una soluzione estremamente inteteressante e sempre più se ne vedranno in giro. Ce ne sono tantissimi in commercio, ma chiedendo a esperti del settore, i migliori monopattini elettrici per la città sono assolutamente questi. (anche perchè a norma di legge)

Ninebot by Segway Max G30 Monopattino Elettrico Ripiegabile, Doppio Sistema frenante e Pneumatico tubeless da 10 Pollici, Plastic, Black, One Size
1.270 Recensioni
Ninebot by Segway Max G30 Monopattino Elettrico Ripiegabile, Doppio Sistema frenante e Pneumatico tubeless da 10 Pollici, Plastic, Black, One Size
  • Ottimo per spostamenti quotidiani; progettato specificamente per urban terrain
  • Resistente telaio in alluminio con sistema pieghevole
  • Include manubrio con impugnature in gomma morbida, facile da regolare per maggiore comfort, portata e controllo
  • Ruote da 10" con pneumatici ammortizzanti, per stabilità e prestazioni affidabili sulla maggior parte delle superfici
  • Autonomia fino a 65 km, freno meccanico ed elettrico con sistema di anti bloccaggio
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Ninebot ES2 by Segway
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Ninebot ES2 by Segway
  • Batteria al litio che ti permette di raggiungere una velocità massima di 25 Km/h
  • Autonomia di 25 km, grazie al cruise control integrato
  • Peso complessivo di 12.5 kg, peso massimo del ciclista: 100 kg (5200 mAh)
  • Fanale anteriore e posteriore a LED
  • Ruota anteriore e posteriore ammortizzate
Xiaomi Mi Electric Scooter Pro Monopattino Elettrico Pieghevole, 45 Km di Autonomia, Velocità fino a 25 Km/h, Versione Italiana, Nero
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  • Velocità massima: ca. 25 km / h (velocità massima per ciascuna modalità: ECO: 15 km / h; D: 20 km / h; S: 25 km / h)
  • Durata della batteria fino a 45Km
  • Display integrato per un comodo e veloce monitoraggio
  • Double brake system
  • Peso massimo supportato: 100 kg
Macwheel  Mx3
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  • 【Bonus Mobilità】Siamo in grado di fornire fatture per la richiesta di sussidi. Vi preghiamo di contattarci dopo l'acquisto e fornire le informazioni necessarie per la fattura. Lo invieremo via e-mail entro due giorni lavorativi.
  • 【Motore potente da 350 Watt】 Il motore con una potenza di 350 W può raggiungere la velocità massima di 24 km/h.
  • 【Autonomia lunga La batteria ad alta capacità da 270 Wh fa un'autonomia di 28 km. L'autonomia dipende dalla velocità, dal peso del pilota e dalle condizioni del terreno.
  • 【8 " Pneumatico antiforatura】La tecnologia" Air Free "elimina la necessità di gonfiare i pneumatici con questa tecnologia, i pneumatici richiedono meno manutenzione e arrestano le variazioni di pressione all'interno del pneumatico e resistono al pneumatico scoppio e forature.
  • 【Sistema di doppia sospensione】Lo monopattino elettrico ha un eccellente sistema di doppia sospensione, uno nella parte anteriore e uno nella parte posteriore, che garantisce una guida confortevole e regolare, anche su terreni molto accidentati.
Ducati Pro 1
36 Recensioni
Ducati Pro 1
  • Ruote 8, 5 "
  • LED display integrato
  • Velocità 25 km/h
  • Autonomia 25 km
  • Freni a disco; luce fronte e retro
Data Scientist

Data scientist: come diventarlo e mansioni

In questo articolo spiegheremo tutte le nozioni essenziali per comprendere una nuova figura professionale: il Data Scientist.
Nonostante il ruolo sia espresso in inglese per una questione di identità più immediata, vi sono molti contesti italiani in cui è richiesta la presenza di questa figura particolarmente specializzata.

Descrizione di un Data Scientist

La professione del Data Scientist è negli ultimi anni stata particolarmente valorizzata dalla presenza sempre più costante di internet nella vita moderna. La diffusione della tecnologia, in generale, ha permesso a questa categoria lavorativa, infatti, di raccogliere quante più informazioni possibili dalla vastità di clienti a disposizione e ordinarle in modo da comprendere e sviluppare strategie di marketing sempre in aggiornamento.
Le mansioni attribuibili al Data Scientist sono diverse, ma sono tutte legate alla capacità di utilizzare software e schemi logaritmici tali, così da facilitare l’interpretazione di grandi quantità di dati (chiamati anche Big Data). Le informazioni che ne derivano sono importanti per le aziende committenti che potranno trarre le proprie conclusioni su tematiche come la qualità del servizio, oppure di uno specifico prodotto, oppure conoscere l’età media dei propri utenti.
Questa figura professionale, che ha un ruolo di rilievo in diverse tipologie di attività, è sempre più ricercata in ambito aziendale nel settore commerciale, finanziario o di marketing in generale.

Principali responsabilità di un Data Scientist

Come abbiamo spiegato, l’analisi dei Big Data, è anche la capacità stessa di riconoscere un ordine e creare uno schema in situazioni dove questo sembra impossibile: si pensi, ad esempio, alle recensioni di un servizio che vanno controllate e schematizzate. In questo caso specifico tocca al Data Scientist creare un programma in grado di analizzare e dividere le recensioni in categorie, così da riassumere con un diagramma tutti i pareri secondo certi criteri.
I dati raccolti, saranno quindi ordinati secondo modelli comprensibili e predirettivi, così che l’azienda in secondo luogo, possa migliorare il proprio servizio oppure aumentarne le entrate economiche.
Le principali responsabilità di un Big Data sono quindi legate a diversi ambiti di formazione: bisogna trovare il modo più consono di interpretare i dati, a seconda di cosa il committente stia cercando, schematizzarli e successivamente instradare una strategia marketing adeguata.
Le responsabilità di questa figura, contribuiranno ad elaborare diverse strategie di mercato in diversi ambiti come, ad esempio, l’ampliamento del target di utenza in merito alla vendita di un dato prodotto o di un dato servizio, coordinando la modifica dello stesso in base al raggiungimento degli obiettivi.

Attività quotidiane di un Data Scientist

La prima attività lavorativa da svolgere, all’interno di un progetto assegnato, è quello di raccolta dati da una serie di fonti e banche dati come ERP, CRM, social media, documenti elettronici ed organizzarli in modo che risultino strutturati.
Per mezzo di software per l’analisi degli stessi, di algoritmi appositamente ideati e di strumenti di machine learning, verranno poi estratte le informazioni utili a seconda del tipo di ricerca che è stata richiesta. A questo punto, verranno redatti schemi e documentazioni che possano essere ritenute valide all’interno dell’obiettivo posto.
A differenza di un Data Analyst, il Data Scientist non si limita a risolvere uno specifico problema, ma dà il proprio contribuito all’azienda a 360 gradi, approntando misure di risposta eventuale ai dati che sono stati cercati, così da indirizzare l’azienda verso le nuove tendenze, opportunità o migliorie che si possono verificare.
Poiché gli obiettivi di un’azienda vengono redatti in base al momento storico, alle competenze, all’esposizione nel mercato e ad una serie di variabili diverse di volta in volta, il Data Scientist non è un lavoratore a progetto, concluso il quale non vi è rinnovo di mandato, ma continua nelle sue operazioni in conformità con le attività aziendali in espansione.
Poiché i software addetti all’interpreazione e alla ricerca dei dati vengono personalizzati in base alla circostanza, è compito dei Data Scientist idearli e scriverli secondo regole informatiche precise, affinché adempiano ai loro compiti.

Competenze e qualifiche di un Data Scientist

Le competenze di una figura così professionale devono essere ampie e certificate necessariamente dalla presenza di una laurea, che può variare dalla matematica, all’ingegneria, all’economia.
Il Data Scientist è, infatti, un ruolo che deve aprirsi su vari fronti ed avere anche una certa concezione del problem solving, per offrire soluzioni all’azienda per cui lavora.
Non si tratta solo di analisi del mercato, ma anche di interpretazione dei dati e di risoluzioni ai quesiti più variegati, come la deviazione dei target di riferimento.
Per avere una carriera professionalizzante, occorre dimostrare le proprie competenze anche attraverso master successivi alla laurea, da superare anche a distanza.
Gli strumenti utilizzati per la programmazione di software in grado di sintetizzare la ricerca dei dati sono frutto di una conoscenza programmatica dei linguaggi informatici, che deve essere adeguatamente completata.
Non sembra quindi possibile affrontare questo ruolo lavorativo per mezzo di un semplice diploma, poiché le competenze in tal senso sarebbero limitate: un approfondito studio per mezzo di un corso di laurea, aumenterebbe il livello informativo circa percorsi da affrontare e renderebbe il candidato autonomo nelle scelte strategiche da compiere.
Le nozioni di informatica devono riguardare la creazione di software in grado di raccogliere e sintetizzare i dati; quelle relative all’ambito matematico devono agevolare lo sviluppo di algoritmi specializzati capaci di fissare dei punti fermi nei dati dimostrati; quelle circa il settore economico, devono elaborare strategie innovative e guidare l’azienda verso la strada più giusta per ampliarsi.

Quanto guadagna un Data Scientist

Questa figura specialistica è molto diffusa in territorio americano e, a seconda dell’esperienza maturata, il suo stipendio lordo annuo può raggiungere i 100 mila dollari negli Stati Uniti.
In Italia la media nazionale è di 30 mila euro lordi all’anno.
In generale, si prevede che questa somma aumenterà con il tempo, poiché un’azienda su quattro che non ha ancora assunto un Data Scientist, dichiara di volerlo fare nei prossimi anni, generando una maggiore domanda.
Il tipo di contratto che viene solitamente firmato non è a progetto, ma di collaborazione continuativa da dipendente diretto dell’azienda.
Esistono anche figure professionali che preferiscono avere una certa autonomia lavorativa e che portano avanti più progetti contemporaneamente su più fronti, avendo una propria partita Iva.

In conclusione

Esistono figure professionali nuove che si sono evolute a causa di una parallela evoluzione del mercato in ambito specialistico: la ricerca di figure specializzate, infatti, permette un’ottimizzazione dei costi ed un raggiungimento dei risultati migliore sia dal punto di vista qualitativo, sia da quello quantitativo, con conseguente crescita del patrimonio stanziato.
Per queste ragioni il Data Scientist si unisce alla categoria dei professionisti moderni, che sono in grado di elaborare sintesi di qualsiasi tipo, a partire da dati che paiono incomprensibili.
Nonostante si tratti di un ambito lavorativo del tutto nuovo, esistono diversi percorsi di studio da affrontare per essere davvero preparati a ricoprire un ruolo simile, ed una forte predisposizione al confronto con sfide anche difficili.
Le previsioni di richiesta di Data Scientist come parti attive nell’ambito aziendale sono rosee a livello globale: le grandi aziende, così come quelle più piccole, hanno bisogno di conoscere dall’interno sia tutto ciò che concerne la clientela, sia le caratteristiche attribuite ai servizi e ai prodotti di cui si occupano, per migliorarsi.
La coordinazione con gli altri ambiti di produzione diviene quindi fondamentale per un Data Scientist, esattamente come la capacità comunicativa di di problem solving.
Lo stipendio, che da media nazionale rimane ancora sotto quello di altri Paesi, sarà necessariamente commisurato alle esperienze realmente affrontate dal candidato in questione.
Nel caso in cui si decida di affrontare questa carriera professionale, si avranno molte possibilità di assunzione sia in contesti nazionali, sia internazionali.

Fullstack Developer

Fullstack Developer: come diventarlo e mansioni

Il Fullstack Developer è una figura professionale sempre più richiesta, in virtù delle sue competenze specifiche e oggetto di una crescente domanda. Il suo ambito di lavoro è l’informatica, in un’ottica di sviluppo completo di software per piattaforme web, dalla A alla Z.

Questa professione emergente è normalmente svolta in collaborazione con un team di sviluppatori, benché per le seniorities più elevate sia prevista una totale autonomia decisionale e responsabilità decisionali, per quello che riguarda il progetto di competenza.

Principali responsabilità del Fullstack Developer

Le principali responsabilità del Fullstack Developer sono quelle di eseguire la corretta codifica, implementazione e il successivo collaudo di software completi, senza la necessità di ulteriori applicazioni che ne incrementino la funzionalità.
Da questo punto di vista, il Fullstack Developer ha in mano la completa gestione del progetto, portandolo a termine con successo.
Il lavoro è condotto in piena autonomia e, molto spesso, in smart working, da una postazione personale appositamente predisposta in casa o in altri locali.
La connessione con il team avviene tramite piattaforme cloud che contengono dati relativi al progetto della committenza e altre informazioni utili, che sono condivise con gli altri membri del team e possono essere modificate in tempo reale, anche da più di un utente contemporaneamente.
Il Fullstack Developer deve essere molto versatile, perché opererà sia in front end che in back end mentre sviluppa il software. Ciò significa che dovrà essere in grado di operare sia sulle sezioni visibili del sito, quali interfaccia grafica e tutti gli elementi che l’utente può vedere e parzialmente gestire, sia quelli dietro le quinte, che attengono al funzionamento dell’applicazione. Mentre nella progettazione software cosiddetta classica vi sono più sviluppatori con diverse funzioni, e l’ambiente di lavoro si concretizza in un team in cui alcuni professionisti rivestono il ruolo di sviluppatori front end e alcuni quello di back end, la concezione moderna di software developer prevede una sola figura professionale, il Fullstack Developer, che si occupa a tutto tondo della progettazione di una piattaforma, a partire dall’idea fino al testing finale.

Attività quotidiane del Fullstack Developer

Per quanto riguarda una giornata tipo del Fullstack Developer, essa si concretizza in varie parti, a seconda della fase del progetto a cui sta lavorando.
In generale, il professionista si occupa di codificazione, in particolare quando lavora in back end, e quindi dovrà fare in modo che il sito web a cui sta lavorando sia user friendly, che garantisca una piacevole esperienza di navigazione, oltre a funzionare correttamente in ogni sezione. Il Fullstack Developer opererà quotidianamente con linguaggi di programmazione, in base alle sue specifiche competenze.
L’attività quotidiana di questo professionista varierà in base alla seniority acquisita, poiché uno sviluppatore junior seguirà sezioni limitate di una piattaforma o di un sito, insieme a un team di altri developer, con un supervisore che ha un’esperienza tale da poter gestire un intero progetto.
Un Fullstack Developer senior, con un’esperienza variabile dai 3 ai 5 o più anni di esperienza, si interfaccia direttamente con il project manager dell’azienda cliente, con cui ne condivide il progetto globale e verso cui è interamente responsabile del buon andamento del risultato finale. La figura senior sarà a capo dell’intero team di lavoro, di cui dovrà coordinare le attività, costituendo il supporto necessario nella risoluzione di problematiche attinenti al progetto in corso. Allo stesso modo, dovrà interagire costantemente con la committenza per aggiornamenti, se richiesti, e presentare dettagliatamente la piattaforma una volta eseguito il testing.

Competenze e qualifiche richieste del Fullstack Developer

Le competenze del Fullstack Developer sono suddivise in hard skills e soft skills.
Per quanto riguarda le prime, queste attengono alla conoscenza approfondita e professionale di differenti linguaggi di programmazione, in particolare:

  • HTML: si tratta del linguaggio che determina la struttura generale di un sito o di una piattaforma, e quindi cosa è visibile ai motori di ricerca. Tutti i website sono articolati secondo un codice HTML, sia i più semplici che quelli più complessi; il Fullstack Developer dovrà essere un esperto, perché tale linguaggio costituisce l’ABC della programmazione;
  • CSS: questo aspetto attiene a come si vede il contenuto del sito web o della piattaforma e riguarda tutto ciò che concerne i caratteri, il design, i colori e le immagini visibili, sia dai motori di ricerca che dagli utenti. Normalmente esiste uno sviluppatore completamente dedicato a tale ambito, ma il Fullstack Developer dovrà aver acquisito le competenze necessarie a gestire interamente anche font, colorazioni, temi e sfondi;
  • Javascript: questo linguaggio ha determinato una vera e propria svolta epocale per quanto riguarda l’implementazione di siti web e pertanto il Fullstack Developer dovrà avere dimestichezza con l’applicazione di effetti animati e interattivi, che sono gli aspetti dinamici di un sito. Si pensi, ad esempio, ai pop-up e alle diverse animazioni, che contribuiscono a rendere l’esperienza di navigazione più piacevole e divertente, oltre a invogliare l’utente a iscriversi a newsletter, a scaricare contenuti gratuiti o ad acquistare beni o servizi su quella determinata piattaforma.

A questo proposito è necessario approfondire questo punto, perché lo sviluppatore ha a sua disposizione una serie di tools che facilitano il suo lavoro, e sono costituiti dalle librerie e dal framework. Le prima sono un insieme di funzionalità preimpostate e spesso gratuite, che il developer utilizza nella sua attività risparmiando tempo e risorse, perché le libraries sono state già testate da altri professionisti, e quindi molto affidabili.

Per quel che riguarda il framework, anche questo contiene una serie di strumenti già predisposti e correttamente funzionanti. Si tratta di infrastrutture logiche per le quali serve molto tempo, se queste vanno implementate da zero, mentre se già pronte consentono di risparmiare risorse preziose, che è possibile dedicare ad altre attività in ambito di programmazione.

Le competenze del Fullstack Developer riguarderanno sia la struttura, ossia l’impalcatura portante di un sito, sia quello che attiene a ciò che l’utente vede: le due facce della medaglia, l’attività front end e quella back end, dovranno essere gestite dal Fullstack Developer in completa autonomia, con l’obiettivo di creare una piattaforma che risponda alle esigenze della committenza, che includa i contenuti richiesti, funzioni correttamente in ogni sua parte e renda l’esperienza dell’utente piacevole, raggiungendo gli scopi prefissati, che possono essere un incremento delle vendite attraverso la conversione dei click in acquisti.

Le soft skills del Fullstack Developer riguardano un’amplissima flessibilità, sia come mindset che come capacità di creare un’efficiente postazione di lavoro in qualsiasi luogo si trovi, utilizzando gli strumenti necessari. Questa figura professionale corrisponde più di molte altre ai criteri di organizzazione dello smart working contemporaneo, poiché attraverso il telefono, un pc, la rete e le piattaforme cloud dovrà portare a termine, fino al testing finale, tutte le attività utili a sviluppare un sito a 360 gradi, in tutti i suoi aspetti.
Se il professionista è una figura junior, le sue soft skills dovranno essere essenzialmente quelle di saper correttamente identificare ciò che viene richiesto dal proprio supervisore e di collaborare in modo proattivo con gli altri membri del team, sapendo che ogni tassello dovrà incastrarsi alla perfezione con gli altri, al fine di ottenere un risultato conforme alle aspettative.
Per quanto riguarda la figura senior, il Fullstack Developer dovrà avere indiscusse doti di leadership a distanza, coordinare il team con efficienza e logica, interpretare le richieste relative a problematiche quotidiane e avere qualità di problem solving e proattività. Inoltre, completano il profilo del professionista ideale senso del dovere e dell’obiettivo, oltre che un’ottima visione d’insieme.

Quanto guadagna un Fullstack Developer

Il range di stipendio del Fullstack Developer dipende dal grado di seniority, dal progetto a cui sta lavorando e dall’inquadramento contrattuale. Tale figura professionale può operare sia in regime di libera professione che assunto da un’azienda come lavoratore subordinato.
In linea generale, il range di retribuzione è di circa 40.000 euro, che costituisce la base per un professionista con esperienza di almeno due o tre anni. Per i supervisor di progetto, i numeri salgono sensibilmente, arrivando anche a una retribuzione annua lorda di 50.000 euro. I dati si riferiscono alla situazione italiana, con prospettive di aggiornamento continuo, considerando la forte domanda di tale figura nell’attuale contesto globale.

Front End Developer

Frontend Developer: cosa fa e come diventarlo

Dietro ad un sito internet c’è moltissimo lavoro, ma oltre a quello grafico, uno degli aspetti che l’utente ha modo di toccare maggiormente con mano, è quello della fruibilità. Dell’ottimizzazione di questo particolare fattore, si occupa il front-end developer, una figura che ha proprio il compito di rendere il sito in questione facilmente utilizzabile, e che quindi permette al visitatore di navigare tra le pagine senza troppe difficoltà. Con questi presupposti, in questo articolo vedremo insieme come diventare front-end developer, quali sono le sue competenze, le mansioni, e quanto guadagna.

Front-end developer: chi è?

Come anticipato, il front-end developer è quella figura che si occupa di rendere funzionale e utilizzabile un sito internet per l’utente. In altre parole, completa il lavoro del back-end developer, che invece costruisce e gestisce tutto ciò riguarda l’aspetto server di tale sito. Il front-end developer è molto di più di un “semplice” web-designer, perché non si occupa solamente dell’aspetto visivo e grafico, ma fa in modo che la navigazione del visitatore possa svolgersi senza alcun intoppo.

Considerando la natura del compito primario del front-end developer, appare evidente come questo debba necessariamente avere una buona conoscenza dei fondamenti dello UXD, (User Experience Design). Da specificare inoltre che, data l’eterogeneità degli utenti internet, qualità come creatività, versatilità e problem solving, sono assolutamente necessarie per un front-end developer di successo.

Il ruolo della figura del front-developer può essere sia in qualità di free-lance che dipendente, senza dimenticare come si sposi bene con il concetto di smart working, perché parliamo di un lavoro che non richiede necessariamente una sede fisica fissa per essere svolto. Ad ogni modo, le società di consulenza informatica e sviluppo che ricorrono a contratti anche di un certo interesse per gli sviluppatori front-end, talvolta anche a tempo indeterminato, sono sempre più numerose.

Front-end developer: perché diventarlo

In prima battuta, si può decidere di diventare front-end developer, perché è un mestiere piuttosto richiesto dalle aziende. Ma oltre a questo motivo primario, ne abbiamo altri apparentemente secondari, ma da non trascurare, tra cui:

  • Innovazione e creatività. Il ruolo del front-end developer, restituisce una certa visibilità, dal momento che il prodotto finito solitamente porta proprio la sua firma.
  • Accessibilità. La posizione del front-end developer è altamente qualificante, ma come vedremo, non è necessariamente richiesta la laurea, motivo per cui rimane un ruolo accessibile anche per coloro che hanno solamente un diploma superiore.
  • Formazione continua. Le società di consulenza nel settore informatico e quelle di sviluppo, tendono a premiare i propri dipendenti che imparano nuovi linguaggi nel campo della programmazione, tenendoli sempre aggiornati e formati. Questa particolare situazione, potrebbe aprire in futuro ulteriori sbocchi lavorativi.

Front-end developer: cosa fa e competenze

Il compito fondamentale del front-end developer è quello di scrivere codice che serva all’elaborazione della parte visibile di una determinata app o sito Web. Proprio per questo motivo, la figura deve avere competenze che possono considerarsi come interdisciplinari, nonché alcune attitudini. Si spazia quindi dalla tecniche di programmazione fino all’intuizione e alla creatività. In altre parole, il front-end developer avrà sempre la risposta pronta, magari sul dove mettere il tasto “compra” di una pagina, piuttosto che su come deve essere strutturato il percorso digitale, creato su misura per azienda e cliente. Per diventare un front-end developer di successo, questo dovrà avere 8 competenze fondamentali.

  • HTML e CSS. La conoscenza del linguaggio HTML e dei CSS (Cascade Style Sheets), è da ritenersi come il basilare punto di partenza per coloro che aspirino a diventare Front-end developer. Dovranno avere quindi la padronanza totale di questi due strumenti.
  • JavaScript. La figura del front-end developer non può assolutamente non conoscere JavaScript. Se è vero infatti che utilizzando HTML e CSS, si possono già creare siti web di qualità e funzionali, è altrettanto vero che quello che è il web attuale prevede che le pagine di tali siti siano interattive, e che abbiano particolari feature che non sono implementabili con un “semplice” linguaggio di markup.
  • jQuery. Una volta che il front-developer avrà appreso come si codifica in JavaScript, potrà utilizzare la libreria jQuery, ovvero una collezione di estensioni e plug-in, che di fatto permette l’inserimento di elementi in maniera decisamente più rapida rispetto allo scrivere un codice da zero.
  • Mobile design e Responsive design. Al giorno d’oggi, la stragrande maggioranza degli accessi a internet, avviene tramite mobile. Con questo presupposto, appare ovvio come si debba implementare un design in grado di adattarsi al device di navigazione utilizzato. Per quanto riguarda quelle che sono le connessioni desktop ad esempio, si devono creare siti Web navigabili con mouse e tastiera. Per le connessioni mobili invece, viene data priorità ai contenuti più importanti, così che le pagine non risultino troppo “affollate”. Ovviamente nel secondo caso, la navigabilità dovrà essere ottimizzata al tocco.
  • Sviluppo cross-browser. Esattamente come un sito deve essere correttamente visualizzato da ogni tipologia di device, lo stesso deve accadere con ogni browser con cui tale sito viene visitato.
  • CMS e piattaforme “e-commerce”. I siti web non sono tutti creati scrivendo il codice da zero. Buona parte delle pagine online infatti, sono sviluppate mediante CMS (Content Management Systems). Per intenderci meglio, WordPress è uno dei più noti CMS. Questa non è sicuramente una skill basilare, ma la conoscenza di questi sistemi risulta comunque utile.
  • Debugging. Per quanto nella realizzazione di un sito web ci si possa sforzare di scrivere un codice impeccabile ed esente da errori, di fatto accade molto spesso che non tutti gli elementi presenti lavorino come da programma. Per il front-end developer quindi, è essenziale la capacità di trovare un errore, ed essere chiaramente in grado di correggerlo, così da rendere la navigazione sempre piacevole per l’utente.
  • “Version Control Management Systems”. La versione definitiva di un sito non è sempre la prima realizzata. Variazioni e cambiamenti infatti, molto spesso e volentieri sono all’ordine del giorno. In alcune situazioni infatti, può accadere che dopo aver apportato delle modifiche a quello che è il codice sorgente, il sito vada totalmente offline. Se l’origine dell’errore è sconosciuta, rimane sicuramente un’operazione più rapida il ripristino di una versione precedente del sito, piuttosto che mettersi alla ricerca di un modo per rimettere online il sito.

Front-end developer: percorso formativo

Per diventare front-end developer, si deve seguire un preciso percorso formativo. È consigliata sicuramente una laurea in informatica o ingegneria, ma molte aziende sono alla ricerca di figure giovani neolaureate in ogni percorso di matematica, statistica e fisica. Il motivo è molto semplice: tali percorsi forniscono le giuste basi per un’entrata veloce nel mondo della programmazione.

Ad ogni modo, coloro che intendono intraprendere la carriera del front-end developer, possono prendere anche in considerazione, avendo le giuste attitudini, di seguire uno dei moltissimi corsi online qualificati, che possono preparare sviluppatori e programmatori, secondo gli standard che l’attuale mercato richiede.

Front-developer: quanto guadagna?

La figura del front-end developer non è probabilmente una delle più pagate del panorama informatico, ma costituisce comunque un ottimo trampolino di lancio per intraprendere una buona carriera nel settore Web. Un front-developer junior, a seconda anche delle dimensioni della realtà aziendale con la quale si interfaccia, guadagna mediamente 28.000 euro lordi annui. Entrando nello specifico, il contratto nazionale a cui si fa riferimento, è quello del Commercio e del Terziario.

Molto spesso però, un professionista di questo tipo, opera con partita Iva, anche in un’ottica di lavoro agile, e dopo almeno 5 anni di gavetta, può guadagnare circa 50.000 euro lordi annui. Ad ogni modo, per ottenere un colloquio, sostenerlo con successo e fare una buona impressione, si deve dimostrare all’azienda di cosa si è capaci. Un buon consiglio quindi, è quello di allegare al tradizionale CV anche un portfolio con tutto il materiale creato, quindi applicazioni e siti Web.

Come diventare CTO

Come diventare CTO: percorso e mansioni

Un CTO si occupa principalmente della direzione dell’aspetto tecnico aziendale, coordinandone le risorse a lui allocate. In parole povere, la figura dello Chief Technical Officer può essere definita come il “project manager dell’IT”, ovvero il punto di riferimento di un team di sviluppatori, che in alcune situazioni possono operare anche in smart working. Un CTO ricopre all’interno di un’azienda la posizione di manager di 1° livello, e le responsabilità principali sono quelle del monitoraggio, al fine di valutare e suggerire quali sono le tecnologie da adottare. Tutto questo facendo riferimento al consiglio direttivo e al relativo amministratore. In questo articolo vedremo insieme come diventare CTO, quali sono le sue mansioni, il percorso formativo e quali sono le retribuzioni sono previste.

Diventare un CTO: un ruolo realmente strategico

Nel mercato odierno, le aziende che devono gestire lo sviluppo digitale, tecnico e informatico, sono sempre più numerose. Proprio per questo motivo, tali aziende fanno sempre più ricorso ad una figura specialistica come quella del CTO, in grado di abbinare delle “comuni” doti da manager a delle conoscenze tecniche di alto livello. D’altronde, che la tecnologia sia il driver principale di crescita di moltissime aziende, a prescindere dal loro settore di appartenenza, è un dato di fatto.

L’innovazione non è più solo appannaggio del futuro, ma parte integrante del nostro presente. Ad oggi, se una realtà aziendale intende davvero evolversi, ha l’urgente necessità di avere un capitale umano, ma anche tecnologico, che sia realmente di primo livello, e che possa gestire e implementare quotidianamente. Proprio per questi motivi, anche in Italia negli ultimi anni è andata delineandosi sempre più la figura del CTO, una persona altamente specializzata in grado di seguire quelle che sono le dinamiche dello sviluppo tecnico, digitale e informatico dell’azienda.

Chiaramente le necessità tecnologiche della specifica azienda, possono variare moltissimo da settore a settore, ma il ruolo del CTO rimane sempre e comunque quello di un supervisore che non dovrà mai entrare nel merito dell’operatività. Questo perché la figura ha tra gli obiettivi primari quello di garantire una visione panoramica e globale dei processi tecnologici nella loro totalità. Il CTO propone investimenti, valuta partnership ed eventuali fusioni, progetti di modernizzazione, coordina il personale di ogni reparto per le sfere a lui competenti, anche in un’ottica di lavoro agile, e organizza corsi di formazione su misura, convegni specialistici e fiere.

Chief Technology Officer: responsabilità

La finalità primaria del Chief Technology Officer è quella di aumentare la competitività aziendale nel mercato a cui la realtà fa riferimento. Questo fondamentale obiettivo, viene raggiunto attraverso una serie di step intermedi. Il CTO dovrà quindi:

  • Monitorare le nuove tecnologie, al fine di valutarne l’applicazione all’interno della propria azienda.
  • Valutare il potenziale di altre società, così da valutarne collaborazioni, fusioni, o eventuali acquisizioni.
  • Promuovere il livello tecnologico della propria azienda partecipando a convegni o conferenze.
  • Supervisionare i progetti di ricerca, al fine di assicurarsi che questi portino un reale valore aggiunto alla propria azienda.

Volendo riassumere le responsabilità del Chief Technology Officer, potremmo dire che questa figura analizza e valuta quali sono le reali possibilità offerte dalla tecnologia, tramutandole in decisioni strategiche per la propria realtà aziendale. Tutto questo dovrà essere messo in atto collaborando con i responsabili del laboratorio scientifico e del settore “Ricerca e Sviluppo”.

CTO: percorso formativo

Innanzitutto un CTO non ha unicamente competenze tecniche. Chiaramente il suo operato dipende moltissimo dal contesto aziendale all’interno del quale opera, ma deve essere considerato come un esperto del prodotto per cui ne dirige la parte degli impianti tecnologici, ma anche come un conoscitore della nicchia di mercato entro la quale quel determinato prodotto o servizio si posiziona.

Di frequente, e anche in questo caso a seconda della tipologia di realtà aziendale, coloro che raggiungono una posizione del genere in carriera, sono laureati e hanno portato a termine un percorso accademico in discipline scientifiche della durata di 4/5 anni. Tra le principali troviamo sicuramente informatica, ingegneria e matematica, senza tralasciare alcune eccezioni che prendono in considerazione facoltà principalmente umanistiche.

In seconda battuta un CTO ha, per ovvie ragioni, competenze in ambito web/sviluppo, su entrambi i fronti, back-end e front-end. Ad ogni modo, per diventare una figura di questo tipo, ci deve essere alla base la capacità di produrre codice di qualità, ma anche una visione manageriale e d’impresa sul medio e lungo termine. Il secondo fattore tra l’altro, è comune a chiunque possa ricoprire ruoli rilevanti all’interno di un’azienda.

Chief Technical Officer: come diventarlo?

Al di là di quello che è il percorso formativo, chiaramente per diventare CTO contano moltissimo gli anni di esperienza, nonché anche la quantità di progetti e di codice realizzati, e la complessità delle situazioni gestite. Questo perché un conto è essere il CTO di una start up di piccole dimensioni, un altro è farlo per un’azienda già ben strutturata. Sono situazioni molto differenti.

Nel primo caso infatti, è necessaria la conoscenza di quello che è il codice del prodotto, mentre nel secondo, in assenza di una visione globale del settore all’interno del quale si opera, non è possibile accedere alla posizione di CTO. In altre parole, per una carriera di successo, servono esperienza e visione. Sicuramente contatti e network giusti possono aiutare moltissimo, come in ogni campo.

Chief Technical Officer: quanto guadagna?

Tra le numerose professioni digitali, quella del Chief Technical Officer, è sicuramente tra le più importanti del mercato del lavoro. Parliamo di una posizione per cui le offerte sono superiori alla disponibilità reale di professionisti. Proprio per questo motivo, per i CTO più bravi, le reali aspettative di carriera sono davvero molto elevate, anche perché chiaramente stiamo parlando di una figura che si fa carico di un gran numero di responsabilità. Per comprenderne meglio l’importanza, basti pensare che in alcune start up particolarmente innovative, il CTO spesso corrisponde anche ad uno dei fondatori.

Definire l’ammontare preciso della retribuzione di un Chief Technical Officer, non è di fatto possibile, perché le variabili in gioco sono moltissime, partendo dalle dimensioni della realtà aziendale, fino al grado effettivo di esperienza del CTO. Mediamente però, possiamo affermare che il compenso per questa figura, solitamente parte dai 50.000 euro lordi annui, ma in alcuni casi può tranquillamente oltrepassare anche di molto i 100.000 euro lordi annui. È opportuno precisare che quelle citate, sono le retribuzioni medie del mercato del lavoro italiano, ma che queste in alcune realtà estere, sono decisamente più alte.

Chief Technical Officer: perché diventarlo e perché farci riferimento

Diventare uno Chief Technical Officer può essere un traguardo davvero molto importante nella vita di una persona. I motivi sono presto detti. In prima battuta, perché come abbiamo potuto vedere, questa professione può portare a retribuzioni anche piuttosto importanti, in grado di garantire un buon tenore di vita. Ma non è solamente l’aspetto economico a dover determinare questa scelta, perché parliamo di un lavoro che può offrire davvero molte soddisfazioni, sia sotto il profilo professionale che personale. Nei casi dei CTO più bravi infatti, queste figure diventano un vero e proprio punto di riferimento per le aziende.

Perché un’azienda dovrebbe ricorrere alla figura dello Chief Technical Officer? Perché come spiegato, il ruolo della tecnologia nei business moderni, è sempre più predominante. Inoltre, tale tecnologia negli ultimi anni, si sta evolvendo con una velocità mai vista prima, quindi tutti questi cambiamenti devono essere correttamente interpretati, con la finalità di renderli utili all’azienda. In altre parole, questo professionista può realmente aumentare le performance sul mercato, portando tale azienda ad una posizione di rilievo.

Come aprire un Coworking nella tua città.

Il coworking è sempre più connesso allo smart working. Per questo motivo negli ultimi tempi si assiste ad una crescita esponenziale degli spazi di lavoro condiviso. Questa soluzione può essere anche un’ottima idea di business, soprattutto se si considera che il numero di nomadi digitali o comunque di coloro che hanno bisogno di uno spazio di lavoro temporaneo cresce in modo esponenziale di mese in mese. Scoprite, allora, come aprire un coworking, quali sono i permessi necessari e quali le possibilità di business di questo tipo di attività.

Che cos’è uno spazio di coworking


I coworking sono aziende a tutti gli effetti che offrono spazi di lavoro condivisi che possono essere utilizzati da piccole aziende, liberi professionisti e soprattutto smart worker. Possono essere molti infatti i lavoratori che necessitano, tutti i giorni o solo in alcuni momenti della settimana, di uno spazio di lavoro attrezzato, dove effettuare ad esempio una riunione con dei clienti oppure dove svolgere le proprie attività in un ambiente attrezzato con tutto quello che può servire per lavorare. Infatti una delle caratteristiche più specifiche del coworking è quella di fornire delle postazioni di lavoro completamente attrezzate, con scrivania, sedia e connessione wifi, con la possibilità di utilizzare anche stampanti, un servizio di segreteria condiviso, scanner e molto altro, tutto l’occorrente per un ufficio moderno e funzionale. I costi? Molto più bassi rispetto a quelli che potrebbero essere quelli da affrontare in caso di un ufficio di proprietà esclusiva. Per questi motivi gli spazi di coworking stanno avendo così tanto successo ma anche perché somo una fucina di idee, un luogo dove i diversi professionisti si possono confrontare e lavorare insieme.

Dall’idea di smart working all’apertura del coworking


Se avete l’idea di aprire uno spazio di coworking dedicato a chi svolge il lavoro agile, allora bisogna sapere che si tratta di un’impresa vera e propria. Non basta, quindi, avere un’idea ma è necessario verificare che ci siano tutte le altre condizioni per poter far nascere con successo questo progetto. Per esempio non occorre lanciarsi in una ristrutturazione completa di uno spazio, ma si possono individuare nella propria città o addirittura nel proprio quartiere degli edifici o degli uffici già strutturati per essere trasformati in ambienti di coworking senza grossi investimenti: le spese vanno razionalizzate per utilizzare i soldi per le attrezzature, sempre molto importanti. Inoltre non basta allestire i locali ma bisogna lavorare molto e bene anche sull’aspetto del networking perché chi sceglie di avvalersi del coworking lo fa anche e soprattutto per incontrare persone e organizzare collaborazioni e business con altri professionisti, per ampliare il proprio volume d’affari.

Come trasformare un coworking in una fonte di guadagno


Per riuscire a far prosperare uno spazio di coworking, è necessario contenere le spese per iniziare subito a guadagnare. Ovviamente l’ideale sarebbe disporre già di uno spazio adeguato di proprietà e delle relative attrezzature, ma si può realizzare un coworking anche da zero. Un elemento molto importante per riuscire ad avere successo è la promozione dell’attività. Bisogna far capire ai potenziali clienti che non solo la struttura dispone di postazioni di lavoro ma che al suo interno ci può essere uno scambio vivo e proficuo di competenze, di opportunità di lavoro e di know how, vera linfa vitale per aumentare le possibilità di guadagno. Via libera, quindi, ad eventi, workshop e tutto quello che può contribuire a creare networking e a far circolare il brand dello spazio di lavoro condiviso così da aumentare la platea di potenziali consumatori.

Fare un business plan per un coworking


Poiché, come già detto, uno spazio di coworking è un’azienda a tutti gli effetti, se si decide di aprire un’attività del genere è necessario realizzare un business plan dettagliato per capire la fattibilità dell’investimento. Questo documento avrà tutte le caratteristiche di un business plan classico. Quindi è indispensabile fare un’attenta analisi del territorio per capire non solo quale sia l’offerta ma soprattutto la domanda di spazi di lavoro condivisi. Molta attenzione deve essere data all’articolazione dell’offerta commerciale. Occorre valutare anche le offerte di strutture simili e allinearsi per non avere costi troppo fuori mercato. Una sezione del business plan va dedicata alle strategie per creare networking e un’altra alle attività di marketing e di comunicazione che intendete mettere in piedi per promuovere l’attività. Infine deve essere allegato un piano economico-finanziario nonché uno di sviluppo della fase due, dedicata alla crescita dell’attività con la proposta di ulteriori e nuovi servizi.

Aprire il coworking


Ora che avete realizzato tutta la fase preparatoria, si può iniziare l’attività vera e propria con l’apertura del coworking. Si deve sicuramente pensare ad una festa di inaugurazione, un evento con il quale aprire ufficialmente la struttura, ma in realtà il coworking inizia quando i primi smart worker iniziano ad affollare le sale dello spazio. Non è un obiettivo che si riesce a raggiungere nel giro di poco e per agevolare questo risultato va fatto un accurato piano di marketing ma anche eventi che possano attirare persone all’interno della struttura, così da far vedere da vicino di cosa si tratta. Uno strumento molto utile per iniziare a creare un po’ di visibilità sono i workshop e i corsi di formazione. Un’attività a costo zero? Mettete a disposizione gli spazi per un evento di quartiere o di qualche associazione di volontariato: farete una buona azione e avrete un vasto pubblico nelle vostre sale, pronto a conoscere i vostri spazi. Ricordate: il passaparola è la chiave del successo perché anche l’amico studente può avere un conoscente che fa smart working.

Coworking in franchising


Fra le varie soluzioni possibili per aprire uno spazio di smart working condiviso può essere quello di aderire ad una formula in franchising. In che cosa consiste? Il franchising è la possibilità che un’azienda madre dà ai cosiddetti franchiseer, ossia gli associati, che possono sfruttare il nome, il brand e il know how del franchisor pur rimanendo un’azienda autonoma. Questa soluzione è particolarmente amata da tutti quelle persone che hanno magari uno spazio a disposizione ma non se la sentono di lanciarsi nel mondo dell’imprenditoria senza avere un paracadute di salvezza, preferendo l’idea di poter contare su un brand madre in grado di offrire supporto e formazione ma in molti casi anche arredamenti, attività di marketing e di comunicazione. Ovviamente il franchisee per poter usufruire di tutto questo dovrà versare una fee di importo variabile al franchisor.

Come gestire il coworking


Anche la gestione dello spazio di coworking è un’attività molto importante che deve essere trattata con molta cura. Parte della gestione comprende ovviamente l’amministrazione degli spazi, la fatturazione, i contatti con i clienti e quelli che richiedono informazioni, etc. Ma una parte fondamentale dell’attività di gestione è quella relativa alla promozione degli spazi ma anche all’organizzazione di diverse attività. I social in questo senso sono un valido strumento che deve essere gestito intelligentemente. Gli smart worker, che sono i principali utilizzatori di coworking, sono sempre connessi ed estremamente social per cui questo importante canale deve essere governato per poter raggiungere un numero adeguato di contatti. Inoltre la vita della comunità all’interno del coworking deve essere sempre arricchita di attività stimolanti e coinvolgenti, di momenti di crescita e di arricchimento per la professionalità di tutti.

Normativa e permessi per aprire un coworking


Per aprire uno spazio di coworking e dare inizio all’attività occorre rispettare le normative vigenti, quelle classiche per l’apertura di ogni attività commerciale. In base alle leggi sull’autonomia regionale, ogni territorio potrà avere delle normative specifiche a cui fare riferimento, che possono cambiare da Comune a Comune, quindi è sempre bene informarsi presso le autorità locali. In linea di massima occorre aprire una partita iva, effettuare l’iscrizione presso il registro delle imprese e rilasciare la dichiarazione di inizio attività. Delle normative specifiche ci possono essere in caso di presenza di un bar, di una caffetteria o comunque di un punto di ristoro all’interno della struttura di coworking: in questo casi si deve fare riferimento alla normativa relativa alle attività di somministrazione di cibi e bevande.

Quale tipo di investimento occorre per aprire un coworking


È difficile quantificare con precisione quale tipo di investimento occorra per aprire uno spazio di coworking perché la cifra finale dipende da molti fattori diversi. Sicuramente un coworking non è una delle imprese più dispendiose o che richiede un investimento altissimo per iniziare ad essere operativa. Il primo spazio di coworking aperto in America, vero pioniere di questo settore, iniziò con un investimento di 6mila dollari. Se si decide di aderire ad un’offerta di franchising, si deve ipotizzare una fee minima di 800 euro + iva, costo al quale si devono aggiungere poi quelli di gestione della struttura. Infine per un’attività di coworking autonoma l’investimento ideale potrebbe essere quello di circa 20/30mila euro, così da organizzare uno spazio accogliente e ideale per tutti coloro che vogliono usufruire di ambienti di lavoro condivisi per chi lavora in smart working.

Finanziamenti pubblici per aprire un coworking


Se non avete a disposizione tutta la cifra necessaria per iniziare l’attività di coworking, potete trovare dei soci che possano finanziare l’attività oppure cercare dei fondi pubblici che possano dare liquidità al progetto. Bandi attivi ce ne sono tanti ma occorre verificare le fonti di finanziamento dei diversi Comuni, delle Regioni oppure dei Fondi specializzati nel settore. Generalmente, però, i finanziamenti più comuni sono di tre tipi. Ci sono quelli sotto forma di voucher che sono rivolti agli smart worker per pagarsi l’affitto del coworking spaces. Ci sono poi i fondi che finanziano i lavori di miglioria degli spazi che offrono possibilità di coworking. Infine ci sono tutti quei finanziamenti che servono, invece, per aprire attività che abbiano particolari requisiti come ad esempio le attività commerciali per migliorare le periferie.